Sandonato

Nel 1997, il fotoclub che frequentavo organizzò una mostra collettiva dedicata alla documentazione del territorio. Sebbene ne comprendessi le finalità istituzionali, il tema non incontrava la mia sensibilità; decisi quindi di affrontarlo secondo una prospettiva personale, in netto contrasto con l'approccio didascalico prevalente.

 

L’idea era quella di comporre il nome della mia città attraverso la plasticità dei corpi, un’operazione che, lo ammetto con umiltà, non vantava originalità. Si trattava di una sfida ambiziosa e quasi irriverente nei confronti di riferimenti iconici: Horst P. Horst aveva già tracciato questa strada con la storica copertina di Vogue del giugno 1940, e Richard Avedon gli aveva reso omaggio nel 1991 con la celebre Body typewriter. Data la caratura di tali maestri, non potevo certo parlare di omaggio; preferisco definirlo, con onestà, un "furto consapevole".

 

Per complicare la fase realizzativa, scelsi di affidarmi alla tecnologia digitale, allora agli albori e ancora lontana dalla diffusione attuale. Non possedendo né l'attrezzatura né l'esperienza necessarie per la post-produzione, mi rivolsi a un negozio di informatica locale che mi concesse l'uso di una fotocamera Kodak. La fase di montaggio fu resa possibile grazie a Ivan, all'epoca collega di fotoclub e oggi autorevole docente al Politecnico di Milano. Egli mise a disposizione la sua competenza e una versione di Photoshop — la 4.0 — che oggi definiremmo preistorica, ma che per noi rappresentava la frontiera del possibile.

 

La ricerca dei soggetti mi portò lontano dai circuiti delle modelle professioniste. Cercavo ginnaste che avessero fisicità e agilità simili; le individuai in una palestra locale, non senza dover superare l'iniziale e comprensibile diffidenza della titolare. Fu fondamentale la mediazione di mia suocera Costanza, frequentatrice della struttura, che garantì per la serietà delle mie intenzioni.

 

Benedetta e Tiziana accettarono di partecipare. Essendo Benedetta minorenne, l’incontro avvenne alla presenza della madre, che sottopose la mia bozza di liberatoria al marito. Scoprii solo in quel momento che il padre della ragazza era un rinomato avvocato esperto in diritto d'autore. Se da un lato provai il timore di vedere il mio documento smontato da un professionista, dall'altro compresi di avere un'opportunità rara: ottenni la collaborazione delle ginnaste e, contemporaneamente, una liberatoria rivista e perfezionata da un legale di alto profilo.

 

Le riprese furono effettuate nella sala posa del fotoclub, un sotterraneo in cemento armato che garantiva un isolamento totale. Grazie alla flessibilità e alla sintonia di Benedetta e Tiziana, ottenemmo rapidamente le pose necessarie. In seguito, Ivan sovrappose digitalmente le sagome dei loro corpi alle lettere trasparenti che componevano il nome della città.

 

Di quel progetto resta oggi una stampa di grandi dimensioni, che credo sia ancora affissa alle pareti della segreteria di quella palestra. Non conservo memoria delle reazioni che l'opera suscitò tra i soci del fotoclub o nel pubblico della mostra, né so se qualcuno colse allora i riferimenti fotografici da cui tutto era partito. Rimane, a distanza di anni, il ricordo di una collaborazione corale nata sotto il segno di una felice audacia giovanile.

Titoli di coda

Concept e fotografie © 1997 Alessandro Tintori

Soggetti Benedetta e Tiziana

Supporto all'organizzazione Costanza, Palestra Gym

Postproduzione Ivan

Attrezzatura Vobis San Donato Milanese

Location Circolo Fotografico Eni Polo Sociale