Mutatis mutandis

Il mio primo portfolio, intitolato Mutatis mutandis, risale al 1996. Non si trattava ancora di un lavoro di ricerca fine art, quanto piuttosto del mio primo tentativo di utilizzare il mezzo fotografico per esplorare un tema e stimolare una riflessione. In quel periodo avevo appena iniziato a praticare lo sviluppo della pellicola in bianco e nero e la stampa in camera oscura; le mie competenze tecniche nell'illuminazione da studio erano ancora in fase di formazione, motivo per cui scelsi di ambientare le riprese in casa, chiedendo a mia moglie Anna di posare per me. Il progetto nacque come un gioco ironico tra il titolo e il soggetto, un legame che confidavo venisse colto attraverso la sensibilità per la lingua latina.

 

La realizzazione delle fotografie rappresentò una piccola sfida logistica. Il monolocale in cui vivevamo offriva uno spazio estremamente ridotto tra il letto e la parete; tuttavia, mascherando il pavimento e il battiscopa con un lenzuolo bianco, riuscii a trasformare una porzione della stanza in quello che fu, a tutti gli effetti, uno dei miei primi set fotografici.

 

Quando presentai il lavoro presso una mostra del fotoclub locale, l'accoglienza non fu calorosa. Molti giudicarono il progetto provocatorio o privo di serietà; solo Luigi, un socio storico e redattore per una rivista di settore, scelse di incoraggiarmi con i suoi complimenti. Durante l’esposizione notai con interesse come il pubblico si soffermasse con perplessità su alcuni dettagli. Mi resi conto che quelle fotografie agivano forse come una metonimia visiva, una figura retorica capace di evocare un oggetto attraverso un altro. Nonostante la lunga storia del cinema avrebbe dovuto ormai ampiamente educato lo sguardo comune, il potere di un'immagine di suggerire anziché mostrare conservava ancora la capacità di confondere e, talvolta, di irritare.

 

Anni dopo, la pubblicazione digitale di questa serie sollevò nuove polemiche. Alcuni commentatori interpretarono l'uso di certi capi d'abbigliamento e accessori, tipici della moda del tempo, come un riferimento a un'estetica infantile, leggendovi una malizia del tutto assente nelle mie intenzioni. In realtà, Anna era allora una donna pienamente maggiorenne e il guardaroba era esclusivamente il suo e adeguato alla moda del tempo. In quell'occasione scelsi il silenzio, evitando repliche dirette. Conservo ancora oggi una profonda gratitudine per l'intervento spontaneo di una giovane modella con cui avevo collaborato per un set di nudo artistico, la quale scelse di difendere pubblicamente il mio lavoro. Quell'episodio mi offrì una lezione importante sulla fragilità della reputazione nel mondo virtuale e sul valore della solidarietà professionale.

 

Mia moglie Anna è la persona a cui sono maggiormente debitore, non solo per le mie esperienze fotografiche. Mi accompagnò lungo tutto il mio percorso fotografico, supportando le mie prime, goffe attività con una pazienza amorevole. Senza il suo aiuto non avrei mai proseguito. Per un lungo periodo di tempo si occupò personalmente del trucco e dell’acconciatura dei miei soggetti, conseguendo un diploma professionale che non c'entrava nulla né con i suoi studi né con il suo lavoro. Lo fece solo per passare più tempo insieme. Non c'era gelosia in questo. Non l'ho mai sentita vincolante o sospettosa, neanche quando i miei servizi, a volte di nudo artistico, portavano a nuove amicizie o a rapporti di stima con i soggetti che talvolta durano ancora. Sono consapevole di essere un uomo fortunato perché so che non tutte le compagne avrebbero capito e accettato la mia attività con la stessa libertà. D’altronde, non le ho mai dato modo di dubitare della mia fedeltà. Le sarò per sempre grato, e non solo per questo.

 

Post scrittum: la locuzione latina mutatis mutandis può essere tradotta letteralmente come "cambiate le cose che devono essere cambiate" o, più liberamente, "fatti i debiti aggiustamenti".

Titoli di coda

Concept e fotografie © 1996 Alessandro Tintori

Soggetto Anna

Outfit e accessori Anna

Codice archivio 82-83